CAMERINO – Il sonno potrebbe contenere una nuova «firma» della malattia di Alzheimer. È quanto emerge da uno studio del gruppo di ricerca coordinato dal professor Michele Bellesi della Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria dell’Università di Camerino, realizzato in collaborazione con l’Università di Bristol e pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia. Il dato più significativo riguarda alcune oscillazioni ultra-lente dell’attività cerebrale durante il sonno NREM: nelle persone con Alzheimer la loro ampiezza è risultata ridotta di circa il 27% rispetto ai soggetti cognitivamente sani.
La ricerca ha analizzato oltre 150 registrazioni notturne, per circa 170 ore complessive di sonno, effettuate anche a domicilio attraverso un dispositivo EEG portatile. Le oscillazioni osservate contribuiscono alla regolazione dei cosiddetti fusi del sonno e potrebbero essere collegate all’attività del locus coeruleus, una delle prime aree cerebrali interessate dall’Alzheimer. Alcune loro caratteristiche sono risultate inoltre associate ai livelli di beta-amiloide nel sangue, ad altri indicatori di sofferenza delle cellule cerebrali e, in parte, alla memoria. «Il sonno non è uno stato passivo, ma un momento nel quale il cervello attraversa dinamiche fisiologiche estremamente organizzate», sottolinea Bellesi. I risultati aprono alla possibilità di utilizzare in futuro queste oscillazioni come potenziale biomarcatore digitale, rilevabile in modo non invasivo attraverso l’EEG. Per arrivare a un’eventuale applicazione saranno però necessari ulteriori studi, in particolare per verificare se questo segnale possa essere utilizzato per monitorare nel tempo le alterazioni associate alla malattia.
